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Favoritismo di gruppo: basta un lancio di moneta per dire \"noi\"

Favoriamo chi sentiamo del nostro gruppo, anche se il gruppo è nato un minuto fa per caso. È la base di tifo, brand, polarizzazione online e truffe tra 'simili'.

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Due gruppi di figure identiche, uno verde acqua e uno corallo, divisi da una linea tracciata da una moneta lanciata

Inghilterra, primi anni Duemila. Un ragazzo corre, inciampa e cade a terra, dolorante, davanti a un passante. Il passante è un tifoso del Manchester United, appena uscito da un questionario sulla sua squadra del cuore. Si ferma ad aiutare? Dipende dalla maglietta del ragazzo a terra. Se indossa quella dello United, aiuta molto più spesso. Se indossa quella del Liverpool, o una maglietta qualsiasi, molto meno. Il ragazzo è un attore. La caduta è finta. L'esperimento è vero ed è stato pubblicato. Un pezzo di stoffa ha deciso chi meritava aiuto. Ti sembra assurdo? Aspetta di scoprire che non serve nemmeno una squadra. Basta un'etichetta assegnata a caso, un minuto prima. E che le stesse regole valgono per i brand che ami, per i post che condividi e per le truffe che colpiscono intere comunità.

In breve

Il favoritismo di gruppo è la tendenza a preferire, aiutare e giudicare meglio chi consideriamo "dei nostri". Non serve una storia comune o un nemico: basta un'etichetta, anche assegnata a caso. Spesso non è odio verso gli altri, ma un trattamento di favore verso i propri.

🟢 Solida: il "paradigma dei gruppi minimi" di Tajfel è tra i risultati più replicati della psicologia sociale, confermato da grandi meta-analisi.

L'esperimento che l'ha scoperto

Bristol, inizio anni Settanta. Henri Tajfel vuole capire qual è il gruppo più "vuoto" capace di creare un "noi". Con Billig, Bundy e Flament (1971, European Journal of Social Psychology) divide dei ragazzi di 14-15 anni in base a una preferenza banale: i quadri di Klee o quelli di Kandinsky. In un'altra versione, il criterio è sovrastimare o sottostimare il numero di puntini in un'immagine.

Poi ciascuno, da solo e in forma anonima, divide dei punti con valore in denaro tra altri ragazzi, conosciuti solo per numero e gruppo. Nessuno può dare punti a se stesso. Nessuno rivedrà mai gli altri.

I ragazzi favoriscono il proprio gruppo. Ma il dato più sorprendente è un altro: spesso preferiscono le divisioni che massimizzano la differenza a favore del proprio gruppo. Per esempio, scelgono 2 dollari ai propri e 1 agli altri, piuttosto che 3 ai propri e 4 agli altri (Pratkanis e Aronson). Pur di vincere, rinunciano a guadagnare di più. In studi successivi (Billig e Tajfel, 1973) la divisione era dichiaratamente fatta a caso, e l'effetto restava. Lo scrittore Kurt Vonnegut aveva un nome per questi gruppi senza senso: granfalloon.

Cosa dice la ricerca oggi

La meta-analisi di Daniel Balliet, Junhui Wu e Carsten De Dreu (2014, Psychological Bulletin) conferma che nei giochi economici le persone cooperano di più con il proprio gruppo. L'effetto medio è piccolo-moderato (d = 0,32). È debole quando non c'è dipendenza reciproca, come quando si decide da soli quanto donare (d = 0,19). È più forte quando i destini sono legati, come nei dilemmi sociali (d = 0,42). È più forte anche quando l'appartenenza al gruppo è nota a tutti. Tradotto: favoriamo i nostri soprattutto quando pensiamo che anche loro ci guardino e possano ricambiare.

Il gruppo cambia perfino ciò che vediamo. Nel 1951 una partita di football tra Princeton e Dartmouth finì in rissa. Albert Hastorf e Hadley Cantril (1954) mostrarono il filmato agli studenti delle due università. Quelli di Princeton contarono in media 9,8 falli di Dartmouth. Quelli di Dartmouth, 4,3. Stessa partita, due partite diverse.

Il famoso esperimento della "Robbers Cave" di Muzafer Sherif (1954), con due gruppi di ragazzi rivali in un campo estivo, è meno solido. Le ricerche d'archivio di Gina Perry (2018) mostrano che gli sperimentatori spinsero molto il conflitto. Meglio citarlo come racconto, non come prova.

Perché il cervello ci casca

Per la teoria dell'identità sociale (Tajfel e Turner, 1979) una parte della nostra autostima viene dai gruppi a cui apparteniamo. Se il "noi" vale di più, valgo di più anch'io.

Il cervello costruisce queste categorie in fretta. Robert Sapolsky (Behave, 2017) ricorda che bastano frazioni di secondo e indizi minimi per distinguere "noi" e "loro", e che anche altri primati lo fanno. Aggiunge un dettaglio consolante: i gruppi minimi aumentano soprattutto la stima per i propri, più che l'odio per gli altri. Marilynn Brewer (1999) lo ha detto così: l'amore per il proprio gruppo non implica automaticamente l'ostilità verso gli altri. È la competizione per risorse o status a trasformare l'uno nell'altra.

Sul cervello serve prudenza. Si legge spesso che l'ossitocina, "ormone della fiducia", renda più leali al gruppo. Gli studi con lo spray nasale si sono rivelati poco replicabili: 🔴 come slogan, non usarlo.

Casi reali

1. La maglietta che salva (Levine e colleghi, 2005). È la scena dell'inizio. Nel secondo esperimento gli autori hanno reso saliente un'identità più ampia, "tifosi di calcio" invece di "tifosi dello United". A quel punto l'aiuto si estendeva anche al ragazzo con la maglia della squadra rivale, ma non a quello con la maglietta anonima. Il confine del "noi" si può spostare.

2. L'odio fa viralità. Steve Rathje, Jay Van Bavel e Sander van der Linden (2021, PNAS) hanno analizzato circa 2,7 milioni di post politici su Facebook e Twitter. Ogni parola riferita al gruppo avversario aumentava le probabilità di condivisione di circa il 67%. Le parole sul proprio gruppo non avevano effetto significativo. Gli algoritmi premiano chi attacca "loro".

3. Le truffe per affinità. La SEC americana mette in guardia da schemi che colpiscono comunità religiose, etniche o professionali. Tra i casi citati: uno sviluppatore di Miami che ha raccolto 135 milioni di dollari da oltre 400 investitori, soprattutto della comunità di esuli cubani. La fiducia nel "nostro" sostituisce i controlli.

4. Princeton contro Dartmouth. Un caso del 1951, ma attualissimo ogni domenica sera: guarda la moviola con un tifoso dell'altra squadra.

Nella vita di tutti i giorni

Se lo usi tu: la versione onesta

Creare un senso di appartenenza è legittimo. Una community di lettori, un gruppo di clienti, una squadra di lavoro funzionano meglio se le persone si sentono parte di qualcosa. Il modo onesto è costruire il "noi" su valori e interessi veri e lasciare la porta aperta, senza costruire un nemico.

Il confine si supera quando il "noi" serve a spegnere il pensiero critico ("tra noi non servono contratti") o quando si cresce attaccando "loro".

Il test della trasparenza: se un membro del tuo gruppo sapesse perché insisti tanto sul "noi", si sentirebbe accolto o usato?

Come difendersi

  1. Separa fiducia e prove. Quando una persona ti ispira fiducia, chiediti se è per le prove o perché "è dei nostri".
  2. Stessi controlli per tutti. Applica a chi è del tuo gruppo gli stessi controlli che faresti a un estraneo, soprattutto con i soldi.
  3. Allarga l'etichetta. Come nello studio dei tifosi, prova a pensare a un "noi" più ampio: cittadini, genitori, persone.
  4. Diffida dei post che ti fanno arrabbiare con "loro". Sono quelli che l'algoritmo spinge di più. Prima di condividere, verifica.
  5. Cerca fonti fuori dalla tua cerchia. Ogni settimana, leggi qualcosa scritto da chi la pensa diversamente.

Mettiti alla prova

Nel gruppo WhatsApp della tua parrocchia, o del tuo paese, un membro stimato propone un investimento "riservato a noi" con un rendimento garantito del 15% l'anno. Ci sono già dentro in tanti. Cosa noti?

Soluzione: tre segnali insieme. Affinità ("riservato a noi"), rendimento alto e "garantito", riprova sociale ("ci sono già dentro in tanti"). Sono gli stessi che la SEC indica per le truffe per affinità. Verifica se l'intermediario è autorizzato (in Italia su Consob e Banca d'Italia) e chiedi tutto per iscritto, come faresti con uno sconosciuto.

Per approfondire

Fonti

  1. Tajfel, H., Billig, M. G., Bundy, R. P., & Flament, C. (1971). Social categorization and intergroup behaviour. European Journal of Social Psychology, 1(2), 149-178.
  2. Billig, M., & Tajfel, H. (1973). Social categorization and similarity in intergroup behaviour. European Journal of Social Psychology, 3(1), 27-52.
  3. Pratkanis, A., & Aronson, E. (2001). Age of Propaganda. W. H. Freeman, cap. 24 "The Granfalloon Technique".
  4. Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. In W. G. Austin & S. Worchel (a cura di), The Social Psychology of Intergroup Relations. Brooks/Cole.
  5. Balliet, D., Wu, J., & De Dreu, C. K. W. (2014). Ingroup favoritism in cooperation: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 140(6), 1556-1581. Abstract: https://dare.uva.nl/id/6a43594a-d6ad-40d8-87f3-4f3c413629f2
  6. Hastorf, A. H., & Cantril, H. (1954). They saw a game: A case study. Journal of Abnormal and Social Psychology, 49, 129-134. Sintesi SPSP: https://spsp.org/news-center/character-context-blog/people-see-things-they-expect-them-be-doesnt-have-spell
  7. Levine, M., Prosser, A., Evans, D., & Reicher, S. (2005). Identity and emergency intervention: How social group membership and inclusiveness of group boundaries shape helping behavior. Personality and Social Psychology Bulletin, 31(4), 443-453. https://eprints.lancs.ac.uk/id/eprint/3590/
  8. Rathje, S., Van Bavel, J. J., & van der Linden, S. (2021). Out-group animosity drives engagement on social media. PNAS, 118(26), e2024292118. Università di Cambridge: https://www.cam.ac.uk/stories/viralpolitics
  9. SEC, Investor Alert: Affinity Fraud, https://www.investor.gov/news-alerts/investor-alerts/investor-alert-affinity-fraud
  10. Brewer, M. B. (1999). The psychology of prejudice: Ingroup love or outgroup hate? Journal of Social Issues, 55(3), 429-444.
  11. Perry, G. (2018). The Lost Boys: Inside Muzafer Sherif's Robbers Cave Experiment. Scribe.
  12. Sapolsky, R. M. (2017). Behave. Penguin Press, cap. 11 "Us versus Them".