Brain training: diventi bravissimo nel gioco, non più intelligente
Le app di allenamento cerebrale migliorano le prestazioni nei loro giochi, ma i benefici non si trasferiscono all'intelligenza o alla vita quotidiana. Cosa dicono rassegne, multe e meta-analisi.
Ogni mattina, prima del caffè, Marta apre l'app. Dieci minuti: memorizzare la posizione di alcune tessere, riconoscere colori che cambiano, inseguire una sequenza di numeri. Dopo tre mesi il suo "punteggio cerebrale" è salito parecchio e l'app le dice che è tra i migliori della sua età. Si sente più sveglia. Eppure al lavoro dimentica ancora le stesse scadenze, e il cruciverba della domenica non le sembra più facile. Milioni di persone vivono qualcosa di simile, e la promessa che li ha convinti era molto chiara: allena il cervello come un muscolo e diventerai più intelligente, più veloce, più protetto dall'invecchiamento. Quanto di questa promessa regge davanti ai dati?
In breve
Chi si allena con i giochi di brain training migliora nei giochi allenati e in compiti molto simili. Ma non ci sono prove convincenti che questi miglioramenti si trasferiscano all'intelligenza generale, alla memoria nella vita quotidiana o al rendimento a scuola e al lavoro.
🔴 Mito. Una grande rassegna indipendente, diverse meta-analisi e una sanzione dell'autorità americana per la concorrenza arrivano alla stessa conclusione.
Da dove nasce il mito
L'idea di "allenare la mente" è antica, ma il mercato del brain training nasce nei primi anni Duemila. In Giappone il videogioco Brain Training del Dr. Kawashima per Nintendo DS diventa un fenomeno, poi arrivano app come Lumosity, Elevate, Peak e molte altre. Il messaggio è sempre lo stesso: pochi minuti al giorno per un cervello più giovane e più efficiente.
Due elementi scientifici reali hanno alimentato la promessa. Il primo è la neuroplasticità: il cervello cambia con l'esperienza, anche in età adulta. È vero, ma non significa che qualsiasi esercizio produca cambiamenti utili in ogni ambito. Il secondo è uno studio molto citato: nel 2008 Susanne Jaeggi e colleghi pubblicano sui PNAS un esperimento in cui l'allenamento con il "dual n-back", un compito di memoria di lavoro, sembra migliorare l'intelligenza fluida, cioè la capacità di ragionare su problemi nuovi. Per molti fu la prova che si poteva "aumentare il QI".
Il contesto ha fatto il resto. Una popolazione che invecchia, la paura della demenza, genitori che cercano un vantaggio per i figli: un prodotto che promette di proteggere e potenziare il cervello con un gioco ha un mercato enorme. E il marketing lo ha sfruttato con slogan che la scienza non autorizzava.
Cosa dice davvero la ricerca
Una sanzione, prima ancora della scienza. Nel gennaio 2016 la Federal Trade Commission americana annuncia un accordo con Lumos Labs, la società di Lumosity. L'azienda accetta di pagare 2 milioni di dollari a titolo di risarcimento, mentre una sanzione da 50 milioni viene sospesa per le sue condizioni finanziarie. Secondo la FTC, la pubblicità sosteneva senza prove adeguate che i giochi migliorassero il rendimento a scuola, al lavoro e nello sport, ritardassero il declino cognitivo legato all'età e la demenza, e riducessero i deficit legati a condizioni come ictus, ADHD o trauma cranico.
La rassegna della scheda. Nello stesso 2016 Daniel Simons, Walter Boot, Neil Charness, Susan Gathercole, Christopher Chabris, David Hambrick ed Elizabeth Stine-Morrow pubblicano su Psychological Science in the Public Interest una revisione molto ampia. Esaminano gli studi pubblicati, compresi quelli citati dalle stesse aziende sui loro siti come prova di efficacia. La conclusione è articolata ma chiara: allenarsi migliora le prestazioni nei compiti allenati, ci sono meno prove di miglioramento in compiti simili ma diversi, e pochissime prove di benefici su compiti lontani o sulla vita di tutti i giorni. Gli autori segnalano anche problemi metodologici ricorrenti: gruppi di controllo passivi che non fanno nulla, campioni piccoli, tante misure diverse da cui scegliere quelle che "funzionano", aspettative dei partecipanti non controllate.
Le repliche dello studio sul dual n-back. Nel 2013 Thomas Redick e colleghi ripetono l'esperimento di Jaeggi con un disegno più rigoroso, randomizzato e con un gruppo di controllo attivo che svolge un compito diverso ma ugualmente impegnativo. I partecipanti migliorano molto nel n-back, ma non nei test di intelligenza. Il titolo dell'articolo è esplicito: nessuna prova di miglioramento dell'intelligenza. Monica Melby-Lervåg, Redick e Charles Hulme (2016, Perspectives on Psychological Science) arrivano alla stessa conclusione in una meta-analisi: l'allenamento della memoria di lavoro produce effetti a breve termine sulla memoria di lavoro stessa, ma non sull'intelligenza o su altre misure di "trasferimento lontano".
Un esperimento di massa. Nel 2010 Adrian Owen e colleghi pubblicano su Nature uno studio condotto con la BBC: si iscrivono oltre 52.000 spettatori del programma Bang Goes the Theory, e i ricercatori analizzano gli 11.430 adulti tra i 18 e i 60 anni che hanno completato l'allenamento online. Per sei settimane, almeno tre volte alla settimana per dieci minuti, un gruppo si allena nel ragionamento, un altro in memoria e attenzione, mentre il gruppo di controllo risponde a domande di cultura generale cercando le risposte online. I due gruppi allenati migliorano molto nei compiti allenati. Nei quattro test di riferimento non allenati, invece, i miglioramenti sono piccoli e simili a quelli del gruppo di controllo. Gli autori concludono di non aver trovato alcuna prova di miglioramenti generalizzati della funzione cognitiva.
La meta-analisi delle meta-analisi. Giovanni Sala, Fernand Gobet e colleghi (2019, Collabra: Psychology) mettono insieme i risultati di molte meta-analisi su allenamento della memoria di lavoro, videogiochi, musica, scacchi ed esercizi fisici combinati con compiti cognitivi. Il trasferimento vicino, verso compiti simili, esiste. Il trasferimento lontano è piccolo o nullo, e dopo aver controllato l'effetto placebo e la distorsione da pubblicazione diventa pari a zero, per tutte le età e per tutti i tipi di allenamento.
L'eccezione più citata. Il grande studio ACTIVE, avviato negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta con anziani, ha testato tre tipi di allenamento cognitivo. Alcune analisi a lungo termine hanno riportato benefici su abilità quotidiane e, per l'allenamento sulla velocità di elaborazione, un rischio di demenza più basso. Sono risultati interessanti ma discussi, basati su analisi secondarie, e non riguardano le app commerciali in generale. Servono repliche indipendenti prima di trasformarli in una promessa.
Perché il cervello ci casca
La forza del mito sta in un'esperienza che sembra una prova. Miglioriamo davvero, e lo vediamo ogni giorno nei grafici dell'app. È naturale concludere che stia migliorando "il cervello". Ma il miglioramento è specifico: impariamo le strategie e le regolarità di quel gioco. Un pianista che si esercita nelle scale migliora nelle scale, non nella guida in autostrada. La memoria e l'attenzione non sono muscoli unici e generici, sono insiemi di abilità legate ai contenuti e ai contesti in cui le usiamo.
Poi c'è il gruppo di controllo che manca nella nostra testa. Se dopo tre mesi di app ci sentiamo più lucidi, non sappiamo come ci saremmo sentiti senza: magari abbiamo dormito di più, o il periodo al lavoro era meno stressante. Ci aspettiamo un beneficio, e l'aspettativa stessa cambia come ci percepiamo.
C'è anche l'investimento. Abbiamo pagato un abbonamento e dedicato centinaia di minuti all'allenamento. Ammettere che non è servito a molto è spiacevole, e tendiamo a giustificare la scelta fatta, come raccontano gli articoli sui costi sommersi e sul bias di conferma.
Infine la promessa di una scorciatoia. Dieci minuti al giorno sul divano sono molto più attraenti di quello che funziona davvero, che richiede più fatica: studiare cose nuove e difficili, muoversi, dormire, curare le relazioni.
Cosa significa in pratica
- Studio e lavoro. Se vuoi migliorare in qualcosa, allenati in quella cosa. Vuoi ricordare meglio i nomi dei clienti? Esercitati a ricordare nomi. Vuoi imparare una lingua? Studia la lingua, con ripassi distanziati e test di autoverifica. Approfondisci nell'articolo sull'effetto spaziatura e su quello del sonno sulla memoria.
- Per gli anziani e le famiglie. Le app non sono dannose, e se piacciono possono essere un passatempo stimolante. Ma non vanno vendute o comprate come protezione dalla demenza. Le attività con prove più solide per la salute del cervello sono l'esercizio fisico, il controllo della pressione, la vita sociale e un buon sonno. Una camminata regolare fa più di un gioco di memoria.
- Marketing e prezzi. Se lavori nel marketing di un'app di benessere, la vicenda Lumosity è un monito concreto: promesse cliniche senza prove adeguate possono costare care. "Divertente e impegnativo" si può dire, "previene l'Alzheimer" no.
- Web e app. Diffida dei "punteggi cerebrali" e dei percentili per età. Misurano quanto sei bravo nei giochi dell'app, non il tuo cervello. Sono soprattutto un meccanismo per farti tornare ogni giorno, come le serie di giorni consecutivi da non interrompere.
- Cosa dire al suo posto. "I giochi di brain training ti rendono bravo nei giochi di brain training. Per il cervello contano soprattutto movimento, sonno, relazioni e imparare cose nuove e difficili."
Le domande che ci fanno
Allora i cruciverba e il sudoku non servono a niente? Servono a diventare bravi nei cruciverba e nel sudoku, e possono essere un piacevole esercizio di concentrazione. Chi li fa abitualmente tende ad avere buone capacità cognitive, ma questo non dimostra che siano i giochi a produrle.
E i videogiochi d'azione? Alcuni studi hanno trovato miglioramenti in specifiche abilità visive e di attenzione nei giocatori abituali. Ma le meta-analisi più severe, una volta corretti i problemi di metodo, trovano effetti di trasferimento piccoli o nulli sulle capacità generali.
Se mi sento più sveglio dopo l'allenamento, è tutto un'illusione? Non necessariamente. Una routine mattutina che ti attiva e ti dà soddisfazione può farti iniziare bene la giornata. Il punto è non scambiare quella sensazione per un aumento duraturo dell'intelligenza.
C'è qualcosa che migliora davvero le capacità cognitive in generale? L'istruzione, cioè anni di apprendimento di contenuti diversi e impegnativi, è associata a capacità cognitive più alte. Per mantenerle nell'età adulta, le prove migliori riguardano attività fisica, sonno e salute cardiovascolare.
Per approfondire
- La scheda del quiz
- Costi sommersi
- Bias di conferma
- Mozart non rende più intelligenti
- L'effetto spaziatura
- Usiamo solo il 10% del cervello?
- Falso mito o scienza? Il quiz
Fonti
- Simons D. J., Boot W. R., Charness N., Gathercole S. E., Chabris C. F., Hambrick D. Z., Stine-Morrow E. A. L. (2016). Do "brain-training" programs work? Psychological Science in the Public Interest, 17(3), 103-186. https://doi.org/10.1177/1529100616661983
- Federal Trade Commission (5 gennaio 2016). Lumosity to pay $2 million to settle FTC deceptive advertising charges for its "brain training" program. https://ftc.gov/news-events/press-releases/2016/01/lumosity-pay-2-million-settle-ftc-deceptive-advertising-charges
- Jaeggi S. M., Buschkuehl M., Jonides J., Perrig W. J. (2008). Improving fluid intelligence with training on working memory. Proceedings of the National Academy of Sciences, 105(19), 6829-6833. https://doi.org/10.1073/pnas.0801268105
- Redick T. S., Shipstead Z., Harrison T. L. et al. (2013). No evidence of intelligence improvement after working memory training: A randomized, placebo-controlled study. Journal of Experimental Psychology: General, 142(2), 359-379. https://doi.org/10.1037/a0029082
- Melby-Lervåg M., Redick T. S., Hulme C. (2016). Working memory training does not improve performance on measures of intelligence or other measures of "far transfer". Perspectives on Psychological Science, 11(4), 512-534. https://doi.org/10.1177/1745691616635612
- Owen A. M., Hampshire A., Grahn J. A. et al. (2010). Putting brain training to the test. Nature, 465, 775-778. https://doi.org/10.1038/nature09042
- Sala G., Aksayli N. D., Tatlidil K. S., Tatsumi T., Gondo Y., Gobet F. (2019). Near and far transfer in cognitive training: A second-order meta-analysis. Collabra: Psychology, 5(1), 18. https://doi.org/10.1525/collabra.203
- Association for Psychological Science. Do "brain-training" programs work? https://www.psychologicalscience.org/publications/brain-training.html