Punto cieco dei bias: gli altri sono di parte, io no
Vediamo i bias negli altri ma non in noi stessi. Anche chi studia i bias ci cade, ed è per questo che la difesa deve essere un metodo, non una sensazione.

Mentre leggi articoli sui bias cognitivi, a chi pensi? Al collega che difende sempre le sue idee. Al parente che crede a tutto ciò che vede su Facebook. All'avversario politico che "vive in una bolla". Scommetto che a te stesso hai pensato poco. Non è un difetto tuo. È un bias anche questo, ed è tra i più ostinati. Lo hanno ritrovato in studenti, giudici, medici, esperti forensi. In uno studio su 661 adulti, solo una persona ha detto di essere più di parte della media. Una. Il resto si sentiva più obiettivo degli altri. Se sapere dei bias non ci protegge, cosa ci protegge davvero?
In breve
Il punto cieco dei bias è la tendenza a riconoscere le distorsioni del giudizio negli altri e a credersene immuni. Non serve essere arroganti: basta guardarsi dentro e non trovare nulla di strano.
🟢 Solida: l'asimmetria tra "io" e "gli altri" si ritrova in molti studi, campioni e professioni. Meno chiaro è come ridurla.
L'esperimento che l'ha scoperto
Inizio anni Duemila. Emily Pronin, Daniel Lin e Lee Ross presentano a un gruppo di studenti una lista di distorsioni note. Tra queste, il favoritismo verso sé stessi e verso il proprio gruppo. Per ognuna chiedono: quanto ne sei influenzato tu? Quanto l'americano medio? Quanto i tuoi compagni di corso?
La risposta è sempre la stessa: "io meno degli altri". I ricercatori ripetono il test con viaggiatori in aeroporto. Stesso risultato.
Poi fanno un passo in più. Prendono studenti che si erano appena giudicati "migliori della media" in alcune qualità. Gli spiegano in dettaglio l'effetto "meglio della media" e come potrebbe averli influenzati. Poi chiedono: vuoi correggere la tua valutazione? La maggioranza, circa il 63%, insiste che la propria stima era accurata e obiettiva.
Nell'ultimo studio i partecipanti giudicano spiegazioni "comode" del proprio risultato a un test e di quello di un compagno. Le spiegazioni dell'altro sembrano di parte. Le proprie, simili, sembrano oggettive. Lo studio esce nel 2002 sul Personality and Social Psychology Bulletin.
Cosa dice la ricerca oggi
È universale. Irene Scopelliti, Carey Morewedge e colleghi (Management Science, 2015) hanno creato una scala per misurare il punto cieco nelle singole persone. In uno dei loro campioni, su 661 adulti, solo uno si è detto più di parte della media. Secondo la sintesi di Wikipedia, oltre l'85% di un campione di più di 600 americani si considerava meno di parte dell'americano medio.
L'intelligenza non protegge. Richard West, Russell Meserve e Keith Stanovich (Journal of Personality and Social Psychology, 2012) lo dicono già nel titolo: la sofisticazione cognitiva non riduce il punto cieco. Chi va meglio nei test di ragionamento non è più consapevole dei propri bias.
Ha conseguenze. Nello studio di Scopelliti, chi aveva un punto cieco più ampio ascoltava meno i consigli di colleghi ed esperti. E traeva meno beneficio dai corsi per ridurre i bias. Il punto cieco è un bias che blocca la cura degli altri bias.
Cosa non sappiamo. Le tecniche per ridurlo hanno avuto risultati modesti. La strada più promettente non è "diventare consapevoli", ma cambiare le procedure: lavorare alla cieca, usare criteri decisi prima.
Perché il cervello ci casca
Pronin la chiama "illusione dell'introspezione". Per giudicare noi stessi guardiamo dentro: pensieri, intenzioni, sensazioni. Non troviamo nessun bias e concludiamo di essere imparziali. Per giudicare gli altri guardiamo il comportamento. E lì le distorsioni si vedono bene.
Il problema è che i bias lavorano sotto il livello della coscienza. Non lasciano tracce che l'introspezione possa trovare. Cercarli guardandosi dentro è come cercare gli occhiali che hai sul naso.
C'è poi il "realismo ingenuo": la convinzione di vedere il mondo così com'è. Se qualcuno la pensa diversamente, deve essere lui a essere influenzato da qualcosa. Interessi, ideologia, ignoranza.
Casi reali
I giudici "sopra la media". Jeffrey Rachlinski e colleghi (Notre Dame Law Review, 2009) hanno chiesto a un gruppo di giudici americani di valutare la propria capacità di evitare pregiudizi razziali rispetto ai colleghi. Il 97% (35 su 36) si è messo nella metà superiore. Il 50% nel quarto più alto. Statisticamente impossibile. Fonte: New Jersey Courts.
I medici e i regali delle case farmaceutiche. In uno studio sugli specializzandi in medicina, circa il 61% diceva che le promozioni dell'industria non influenzavano la propria pratica. Solo il 16% diceva lo stesso degli altri medici. Jason Dana e George Loewenstein (JAMA, 2003) lo commentano così: non può essere vero che la maggior parte dei medici è imparziale e che la maggior parte degli altri medici è influenzata. Fonte: The Incidental Economist.
Gli esperti forensi. Jeff Kukucka, Saul Kassin e colleghi (2017) hanno intervistato 403 esperti forensi di 21 paesi. Riconoscevano il rischio di bias in altri campi e negli altri esaminatori, molto meno in sé stessi. La maggioranza pensava di poter evitare i bias con la sola forza di volontà. Fonte: US-Asia Law Institute.
La pubblicità che "funziona sugli altri". È il caso più quotidiano. Chi pensa di essere immune alla pubblicità non ha motivo di difendersi. Per questo i messaggi più efficaci sono spesso quelli che non sembrano pubblicità: recensioni, contenuti di influencer, articoli "consigliati".
Nella vita di tutti i giorni
- Marketing e prezzi. "Io compro solo per qualità, il marchio non mi interessa." È la frase che rende il marchio più efficace, perché nessuno si difende da ciò che crede di non subire.
- Web e app. Nei commenti tutti accusano gli altri di vivere in una bolla. Pochi controllano la propria. L'algoritmo, intanto, lavora su entrambi.
- Relazioni. In un litigio ognuno vede i motivi egoistici dell'altro e le proprie ragioni come oggettive. Nasce così il "tu sei di parte, io sono solo logico".
- Manipolazione e truffe. Il social engineering funziona meglio su chi pensa di saperlo riconoscere. Nessuno è immune a un phishing ben costruito, nemmeno chi lavora nella sicurezza.
Se lo usi tu: la versione onesta
Se fai comunicazione, non sfruttare il punto cieco con messaggi travestiti da informazione neutra. Dichiara chi sei e cosa vendi. La pubblicità riconoscibile come tale è un obbligo di legge in molti casi, oltre che una scelta di rispetto.
Puoi invece usare il punto cieco per insegnare. Invece di dire "tu sei di parte", mostra un caso in cui sono cascati esperti, giudici, medici. Le persone accettano più facilmente un limite umano che un'accusa personale.
Il test della trasparenza: se il lettore sapesse che il tuo contenuto "neutro" è una promozione, si fiderebbe ancora di te?
Come difendersi
- Non fidarti della sensazione di essere obiettivo. Non è una prova. È esattamente ciò che sente anche chi è di parte.
- Sposta il controllo fuori di te. Checklist, criteri decisi prima, valutazioni alla cieca. Le procedure funzionano anche quando l'introspezione fallisce.
- Chiedi a qualcuno di fidato: "Dove pensi che io sia di parte qui?". E ascolta la risposta senza difenderti.
- Fai il test dell'inversione. Se la stessa prova sostenesse la tesi opposta, la giudicheresti allo stesso modo?
Mettiti alla prova
Su una scala da 1 a 10, quanto pensi di essere influenzato dalla pubblicità? E quanto pensi lo sia una persona media della tua età?
Soluzione. Se il secondo numero è più alto del primo, benvenuto nel club: è il punto cieco. Non significa che sbagli di sicuro. Significa che la tua risposta, da sola, non basta a dimostrarlo.
Per approfondire
- Bias di conferma
- Eccesso di fiducia
- Errore fondamentale di attribuzione
- Favoritismo per il proprio gruppo
- Tutti i bias cognitivi
- Ingegneria sociale
Fonti
- Pronin, E., Lin, D. Y., & Ross, L. (2002). The bias blind spot: Perceptions of bias in self versus others. Personality and Social Psychology Bulletin, 28(3), 369-381. Abstract: https://stafforini.com/works/lin-2002-bias-blind-spot/
- Skeptic's Dictionary, Bias blind spot (dato del 63%). https://skepdic.com/biasblindspot.html
- Pronin, E., & Kugler, M. B. (2007). Valuing thoughts, ignoring behavior: The introspection illusion as a source of the bias blind spot. Journal of Experimental Social Psychology, 43(4), 565-578.
- Pronin, E. (2007). Perception and misperception of bias in human judgment. Trends in Cognitive Sciences, 11(1), 37-43.
- West, R. F., Meserve, R. J., & Stanovich, K. E. (2012). Cognitive sophistication does not attenuate the bias blind spot. Journal of Personality and Social Psychology, 103(3), 506-519.
- Scopelliti, I., Morewedge, C. K., McCormick, E., Min, H. L., Lebrecht, S., & Kassam, K. S. (2015). Bias blind spot: Structure, measurement, and consequences. Management Science, 61(10), 2468-2486. Comunicato: https://www.cmu.edu/news/stories/archives/2015/june/bias-blind-spot.html
- Wikipedia, Bias blind spot. https://en.wikipedia.org/wiki/Bias_blind_spot
- Rachlinski, J. J., Johnson, S. L., Wistrich, A. J., & Guthrie, C. (2009). Does unconscious racial bias affect trial judges? Notre Dame Law Review, 84(3). https://www.njcourts.gov/sites/default/files/jurors/rachlinskidoesunconsciousbiasaffecttrialjudges.pdf
- Dana, J., & Loewenstein, G. (2003). A social science perspective on gifts to physicians from industry. JAMA, 290(2), 252-255. Sintesi: https://theincidentaleconomist.com/wordpress/do-gifts-influence-physicians/
- Kukucka, J., Kassin, S. M., Zapf, P. A., & Dror, I. E. (2017). Cognitive bias and blindness: A global survey of forensic science examiners. Journal of Applied Research in Memory and Cognition, 6(4), 452-459. Sintesi: https://usali.org/blog-innocence-movements-in-asia/cognitive-bias-and-blindness-a-global-survey-of-forensic-science-examiners